Prendersi cura per coltivare la fiducia nelle possibilità di grandi e piccoli - Trentino Social Tank
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Prendersi cura per coltivare la fiducia nelle possibilità di grandi e piccoli

SENZA CURA NON CI PUO’ ESSERE L’EDUCARE: intervista alla pedagogista Eleonora Pedron

Definirei la cura come una postura che dovrebbe essere parte costitutiva di ognuna e di ognuno. Cura vuol dire desiderare il meglio per sé, il meglio per le persone che incontriamo e con cui stiamo, il meglio per l’ambiente che ci circonda. Desiderare il meglio e, ovviamente, impegnarsi a realizzarlo. Il meglio per sé, il meglio per gli altri e il meglio per il contesto che ci circonda, sono strettamente interconnessi. Se mi curo degli altri e del mio ambiente mi curo anche di me. E solo se mi curo di me posso curare anche chi – e ciò che- mi circonda.

In questo articolo ci prendiamo un po’ di tempo per riflettere insieme a Eleonora Pedron – pedagogista che si occupa di formazione e ricerca, di supporto e consulenza a minori, adulte/i, famiglie e insegnanti – sul significato del prendersi cura dell’altro.

Come definiresti il concetto di cura?

Ogni persona è in un cammino di costante crescita e ogni esperienza può risultare educativa, trasformando ogni volta il nostro modo di stare al mondo. Per questo credo che la cura dovrebbe essere il fondamento della postura esistenziale, dello stare al mondo, di tutte e tutti. Coloro che poi si occupano proprio di educare, come professioniste e professionisti, devono considerare la cura come fondamento primario del loro agire, del loro pensare e del loro sentire. Al corso per babysitters qualificate e operatori/trici dei servizi di conciliazione si è pensato di fare una giornata di formazione dedicata all’argomento della cura, ma questa viene ripresa costantemente in ogni singolo modulo, perché senza cura non ci può essere l’educare. L’educazione è infatti un impegno competente a offrire alla persona che si accompagna le migliori possibilità per sviluppare le sue specifiche potenzialità.

Cosa intendi per “la cura ne va del bene dell’altro e di sé”?

La cura è essenziale sia alla sopravvivenza che alla crescita umana. Condivido qui il pensiero della filosofia fenomenologica di pensatori come Heidegger, Zambrano e Lévinas. Se pensiamo al Bene come al vivere bene, al fiorire della vita, a una buona esistenza, la cura è l’atteggiamento necessario per garantirlo. La cura avviene solo nella relazione e, allo stesso tempo, la relazione ha bisogno di cura per essere significativa e trasformativa, in altre parole educativa. Curarsi della relazione e dell’altra persona che ci sta di fronte è inevitabilmente e strettamente legato alla cura di sè: se voglio curarmi di altre, di altri, devo prima avere buona cura di me; se mi curo delle altre persone e delle relazioni che ho con loro, ne beneficio io stessa/o; infine, la stessa relazione di cura mi mette di fronte all’altra persona che mi fa da specchio: rimandandomi l’immagine di me, con le sue risposte, mi costringe a rivedermi e a trasformarmi. In questo senso il prendersi cura è un continuo invito alla crescita e al migliorarsi non solo dell’altra persona, ma anche di sé.

Ritieni che tutti siano in grado di “aver cura” o per svolgere al meglio questo lavoro bisogna avere determinate caratteristiche o competenze?

Tutti e tutte possiamo prenderci cura, per un motivo fondante: se siamo al mondo e se siamo come siamo oggi è perché abbiamo ricevuto cure da altre persone. Tutte/i noi abbiamo esperienza della cura. La cura come professione certo si distingue, ma ha molti e profondi legami con la cura che si esperisce nelle relazioni “non professionali”. È anche per questo, però e purtroppo, che molti lavori di cura sono spesso considerati e anche retribuiti inadeguatamente. I lavori nell’ambito della cura “care”, rispetto a quelli nell’ambito della cura medica “cure”, sono infatti spesso vissuti come una “riproduzione” di legami, pratiche, attenzioni e affetti, che già si ritrovano nelle relazioni famigliari e in quelle amicali. Secondo molte studiose e molti studiosi, inoltre, il lavoro “care” è associato a pratiche femminili, perché riguarda quell’ambito di vita che, in effetti, in passato era affidato alla sfera femminile e domestica. Ciò tende a riprodursi anche oggi, la maggior parte delle professioniste della cura sono donne, pensiamo alle educatrici, alle babysitters, alle badanti, alle infermiere e alle insegnanti. Mi concedo questa digressfione per sottolineare il rischio del pensare al lavoro di cura come a un lavoro meno professionale e prezioso di altri perché vicino alla quotidianità o, peggio ancora, perché associato ai saperi femminili. Tutte e tutti quindi sappiamo prenderci cura e questo richiede un impegno alla consapevolezza e al sapersi guardare, sentire, esteriormente e interiormente. Per fare della cura una professione, tuttavia, sono necessarie competenze aggiuntive, se non altro perché le relazioni di cura non sono scelte e prevedono un legame diverso da quello famigliare, amoroso o amicale. La formazione è quindi fondamentale e deve prevedere prima di tutto l’esercizio alla consapevolezza di sé e alla riflessione, oltre che all’osservazione e all’ascolto dell’altro/a. È necessario, poi, dotarsi di un buon bagaglio di “strumenti del lavoro” ed essere in grado di utilizzarli bene soprattutto sapendoli scegliere e adeguare alla situazione e alla persona che accompagnano. Per lavorare con determinate fasi dell’età, come quella dei bambini, è importante conoscere i contributi del pensiero scientifico, in particolare delle scienze umane, psicologia, pedagogia, filosofia, sociologia e antropologia, per avere solide basi di conoscenza sapendo poi utilizzarle in maniera non rigida, perché, lo ripeto ancora, ogni persona è unica e dinamica.

In base alla tua esperienza, ritieni che per instaurare un rapporto di cura efficace con un bambino/a ci debba essere un rapporto continuativo e duraturo?

Se faccio riferimento alla mia esperienza ma anche ai miei studi, rispondo sì senza indugi. La relazione educativa, ossia la relazione di cura, richiede tempo, un tempo paziente. Un tempo che permetta di conoscersi, di costruire un legame, di trovare degli agganci; un tempo per osservare e cercare – insieme- di trovare la direzione della relazione di cura. Trovare le direzioni dell’agire educativo è tutt’altro che un compito semplice, e soprattutto è un compito che non finisce mai. La direzione non è mai solo una, le direzioni che si individuano all’inizio, poi, cambiano. perché cambia e cresce la persona, perché cambia e cresce la nostra visione, perché cambiamo e cresciamo noi.

Eleonora Pedron
eleonora_pedron@yahoo.it
Via Degasperi 36/1 a Trento

 

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