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Smart working: cosa riserva il futuro post-covid?

VERSO IL RITORNO AL LAVORO AGILE PER SCELTA

Negli ultimi mesi non si è fatto altro che parlare di smart working e di come esso abbia rivoluzionato la routine lavorativa di moltissime persone. Nonostante le prime incertezze e perplessità, oggi giorno sono molteplici i lavoratori restii ad abbandonare questa modalità lavorativa e i vantaggi che essa garantisce. Ad esempio, in Trentino, come riporta l’indagine sullo smart working svolta dal Coordinamento industria della Cisl del Trentino, ben il 90% degli intervistati vorrebbe proseguire con il lavoro agile anche dopo l’emergenza.     

Per questo, la domanda sorge spontanea: cosa ne sarà dello smart working una volta terminato il periodo di emergenza? Verrà completamente abbandonato dalle imprese o diventerà parte integrante della cultura aziendale?

L’EMERGENZA SANITARIA COME PUNTO DI PARTENZA

Come afferma Lorenzo Cairo, avvocato ed esperto del diritto del lavoro, lo smart working sperimentato durante la pandemia può rappresentare il punto di partenza per la definizione di un lavoro agile duraturo nel tempo, che si avvicini maggiormente a quanto previsto dall’articolo 81/2017. Ovvero, l’emergenza sanitaria può essere vista come la base su cui manager e HR possono costruire un progetto di smart working, rispettando il vero senso del termine. Ma, in che modo?

  1. predeterminazione dei giorni: la legge 81/2017 afferma che non esistono vincoli temporali per la realizzazione dello smart working; tuttavia, i datori di lavoro tendono spesso a definire, all’interno del contratto individuale, un numero di giorni predefinito in cui la persona può lavorare in modo agile. Questa tendenza dovrebbe essere superata in quanto, come ha dimostrato la pandemia, potrebbero insorgere eventi imprevedibili che richiedono la fruizione del lavoro a distanza per un periodo prolungato. Quindi, oltre allo smart working ordinario predefinito, bisognerebbe prevedere uno smart working straordinario, utilizzato per alcune finalità vincolate;
  2. predeterminazione dei luoghi: come per il tempo, anche da un punto di vista spaziale, la legge prevede che il lavoratore scelga liberamente dove svolgere la prestazione lavorativa. Tuttavia, molte aziende tendono a chiedere al dipendente di dichiarare il luogo di lavoro scelto e, se da un lato questo può avere una finalità educativa, in quanto si aiuta la persona a capire quali spazi sono più adatti per assicurare confidenzialità e sicurezza di connessione, dall’altro tale abitudine deve essere superata. Infatti, come ha dimostrato l’emergenza sanitaria, il lavoratore deve essere in grado di spostarsi velocemente e senza vincoli se vede minata la propria sicurezza o quella degli altri;
  3. reperibilità: un pò come si è verificato durante la pandemia, i lavoratori possono trovarsi in situazioni in cui impegni personali e professionali si sovrappongono, diventando così entrambi di difficile gestione. Ciò succede perché, molto spesso, si tende a lavorare in modo smart rispettando gli orari d’ufficio, dimenticando però che ci si trova in un luogo con caratteristiche e persone differenti. Per questo è necessario spostare l’asse centrale dall’orario di lavoro alla programmazione per obiettivi, lasciando al lavoratore la possibilità di organizzarsi come meglio crede. Solo in questo modo è possibile ottenere quel work-life balance garantito dal lavoro agile. 

IL FUTURO DEL LAVORO E’…OGGI!

I primi dati sugli esiti della pandemia elaborati dall’osservatorio Smartworking del Politecnico di Milano indicano che avere la possibilità di lavorare a distanza fa registrare per le aziende un incremento di produttività pari a circa il 15% per lavoratore, una riduzione del tasso di assenteismo per malattia pari al 20% e una riduzione dei costi di gestione degli spazi fisici del 30% circa.

E quindi lo smart working è il futuro?

Secondo un articolo del Sole 24 Ore “il lavoro del futuro avrà bisogno di regole, il più possibile frutto di accordi tra le parti sociali e non di ingessature normative frutto di una cultura dei vincoli tarata sull’idea novecentesca della prestazione lavorativa. Ma non cambia solo il lavoro, cambia anche il senso e la spazialità dei suoi luoghi. E forse è questa la conseguenza meno prevedibile anche se potenzialmente più dirompente.”

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